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Tribunale di Mantova, Sez. II

Inviato: sab feb 16, 2008 3:22 pm
da rolieg
Contratti di borsa - Vendita a risparmiatori di obbligazioni argentine - Violazione
degli artt. 28 e 29 reg. Consob 11522/98 e successive modifiche - Nullità del
contratto - Conseguenze
Tribunale di Mantova, Sez. II – Giudice unico Dott. Mauro Bernardi - Sentenza del giorno 18
marzo 2004.
il testo integrale:
REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO
IL TRIBUNALE DI MANTOVA
- SEZIONE SECONDA -
nella persona del Giudice Unico Dott. Mauro BERNARDI,
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nella causa civile di I Grado iscritta al N. 614/2002 R.G. promossa da:
GAMBUTI PIER GIORGIO e MENANI LUCIANA
entrambi elettivamente domiciliati in VIA FRATTINI, 7 - MANTOVA, presso e nello studio
dell'avv. VASSALLE ROBERTO che li rappresenta e difende per mandato a margine dell’atto di
citazione;
ATTORI
contro:
BANCA AGRICOLA MANTOVANA SPA
in persona del legale rappresentante elettivamente domiciliata in VIA GIOVANNI CHIASSI 47 -
MANTOVA, presso e nello studio dell'avv. SARZI SARTORI STEFANO che la rappresenta e
difende per mandato in calce all’atto di citazione;
CONVENUTA
In punto: 143131 - Contratti di borsa
CONCLUSIONI
Il procuratore degli attori chiede e conclude:
Il procuratore della convenuta chiede e conclude:
Svolgimento del processo
Con atto di citazione notificato in data 20-2-2002 gli attori, assumevano di avere fatto
confluire parte dei propri risparmi, depositati presso altro istituto di credito, sul conto corrente
cointestato n. 160/32/123080 acceso presso la B.A.M., in un primo tempo utilizzato per far
fronte alle piccole spese, in quanto allettati dalle vantaggiose offerte proposte dalla banca
convenuta, conto che, alla data del 31-7-2001, presentava un saldo attivo di £ 98.625.187.
Gli istanti aggiungevano che al Gambuti, recatosi presso l’agenzia bancaria ove era stato
invitato a presentarsi, era stata rappresentata dal funzionario addetto l’opportunità di
acquistare obbligazioni argentine di cui la banca era in possesso, in quanto esenti da ogni
rischio ed aventi un alto rendimento e che, stante la convenienza dell’operazione consigliata, il
Gambuti aveva deciso di investire anche ulteriori risparmi tanto che, il 5-9-2001, egli aveva
versato sul conto la somma di £ 440.000.000 sottoscrivendo, il medesimo giorno, un ordine
d’acquisto di 315.000 titoli (argent. 00/07 10% EU) per un controvalore di £ 501.332.658.
Da parte attorea veniva precisato che, in occasione dell’ordine di acquisto di cui sopra, il
Gambuti, contestualmente alla consegna di un documento sui rischi generali degli investimenti,
aveva sottoscritto, in qualità di consumatore, una richiesta di apertura del deposito a custodia
e amministrazione titoli ed un questionario in cui si dava atto che l’esperienza degli esponenti
era medio-bassa con media propensione al rischio.
I coniugi istanti asserivano inoltre di essere stati avvertiti qualche giorno dopo dal medesimo
funzionario che, a seguito degli attentati del 11-9-2001 e del crollo dei mercati finanziari, si era
verificata una diminuzione della quotazione dei titoli destinata ad essere riassorbita e che ciò
avrebbe costituito una ottima occasione per un ulteriore investimento anche al fine di mediare
il prezzo delle obbligazioni acquistate il 5 settembre rendendo così più sicuro l’investimento: a
seguito di ciò gli esponenti, dopo avere liquidato una polizza costituita presso la Banca di
Parma e Piacenza con una perdita di circa £ 120.000.000, convogliavano il ricavato sul conto
acceso presso la B.A.M. ed il 19-9-2001 veniva sottoscritto un ulteriore ordine d’acquisto di
400.000 obbligazioni argentine 2010 11,375% per un controvalore di £ 502.708.000,
operazione che la banca segnalava come inadeguata ma che veniva confermata dal Gambuti.
Alla luce di tali fatti e del successivo azzeramento del valore del titolo a seguito della crisi
finanziaria che aveva colpito lo stato argentino, gli attori convenivano in giudizio la banca onde
essere risarciti dei danni patiti per effetto dell’operato della banca deducendo la nullità ovvero
l’annullabilità dei contratti d’acquisto delle obbligazioni in questione.
Essi premettevano che gli istituti finanziari già alla fine di luglio del 2001 sarebbero stati a
conoscenza dello stato d’insolvenza dell’Argentina come si poteva desumere dagli articoli
apparsi sulla stampa specializzata nonché dal basso rating attribuito ai titoli in questione dai
più rinomati istituti specializzati e che la banca, al fine di evitare una perdita certa e rilevante,
avrebbe illecitamente indotto i correntisti ad investire i propri risparmi nell’acquisto delle
obbligazioni argentine con una serie di artifizi, consistiti anche nell’omissione delle necessarie
informazioni circa l’affidabilità del titolo, con ciò violando il disposto di cui all’art. 28 co. II del
regolamento Consob emanato in attuazione del d.lgs. 58/98.
La difesa degli attori sosteneva quindi l’invalidità dei contratti d’acquisto ex art. 1418 c.c. in
relazione all’art. 640 c.p. nonché ai sensi del combinato disposto degli artt. 1427 e 1439 c.c..
Veniva inoltre sostenuto che la banca avrebbe violato, nel caso di specie, l’art. 21 del d. lgs.
58/98 e gli artt. 26-27-28 e 29 del regolamento Consob, da considerarsi tutte come norme
imperative ex art. 1418 c.c..
In subordine veniva fatto rilevare che la firma di Menani Luciana in realtà sarebbe stata
apposta sui documenti contrattuali dal marito: posto che gli atti negoziali in questione
richiedevano ad substantiam la forma scritta, che il marito non aveva una procura scritta e che
non era intervenuta ratifica scritta del suo operato, la difesa degli attori sosteneva
l’inopponibilità alla Menani dei contratti, con la conseguenza che la banca avrebbe dovuto
restituire metà delle somme investite.
La B.A.M., costituitasi, chiedeva il rigetto della domanda affermando a) che gli istanti non
erano sprovveduti risparmiatori avendo in precedenza investito i propri risparmi in una
gestione patrimoniale predisposta dalla B.A.M. di natura altamente speculativa (ed
internamente classificata come C3 ossia aperta in titoli esteri sino al 25 % del capitale investito
e all’investimento in titoli azionari italiani sino al 50% del patrimonio) nonché in una Sicav ed
in una polizza Index allocate presso la Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza; b) che il
funzionario della B.A.M. aveva fornito al Gambuti tutti i necessari ragguagli circa la rischiosità
dell’investimento anche in considerazione dell’alto rendimento previsto per l'obbligazione in
questione desumibile dal confronto con quello assicurato dai titoli di stato italiani, consegnando
il prescritto documento sui rischi degli investimenti in strumenti finanziari che, con riguardo ai
titoli di debito, contempla specifiche indicazioni nell’art. 1.3 co. III; c) che il Gambuti, pur
avendo rifiutato di fornire indicazioni sulla sua situazione finanziaria, aveva però dichiarato nel
corso del colloquio con il funzionario della banca, di avere investito importanti importi in
strumenti finanziari, di puntare all’elevata rivalutabilità dell’investimento in rapporto al rischio
di oscillazione dei corsi, opzione questa che avrebbe rappresentato una scelta verso strumenti
finanziari ad elevato rischio di oscillazione ed infine di avere una media propensione al rischio:
da tali dati e dalle pregresse esperienze di investimento sarebbe emerso un profilo di
risparmiatore quale soggetto di medio-alta disposizione all’investimento speculativo sicché
l’operazione impartita era apparsa perfettamente in linea con le propensioni all’investimento
del risparmiatore; d) che la B.A.M. non aveva i titoli argentini nel proprio portafoglio avendoli
dovuti acquistare sul mercato (non regolamentato) a seguito dell’ordine impartito il 5-9-2001
dal Gambuti; e) che, in occasione del secondo ordine, la banca aveva segnalato
l’inadeguatezza dell’operazione e che, nondimeno, il Gambuti aveva ordinato l’acquisto dei
titoli (denominati in dollari) nonostante il prezzo delle obbligazioni, nel giro di due settimane
fosse già notevolmente calato e che, anche in questa occasione, la banca aveva acquistato i
titoli sul mercato.
In considerazione di quanto sopra esposto la difesa della B.A.M. rilevava come non
sussistessero né i presupposti della truffa contrattuale né quelli per l’annullamento del
contratto ex art. 1439 c.c. non essendo stati adoperati raggiri per indurre il proprio correntista
all’investimento in obbligazioni argentine ed inoltre che sarebbe stata scrupolosamente
osservata la normativa sul collocamento dei titoli anche tenendo conto della propensione agli
investimenti in strumenti finanziari in concreto dimostrata dall’ordinante.
In ordine poi alla domanda svolta in via subordinata e con particolare riguardo alla posizione di
Menani Luciana, la banca faceva rilevare che, sul conto corrente, potevano operare anche
disgiuntamente i due coniugi, che gli ordini erano stati impartiti dal Gambuti e che la Menani
non aveva mai contestato gli addebiti operati sui conti in conseguenza dell’acquisto dei titoli,
sicché, anche sotto tale profilo, la domanda doveva essere rigettata.
Esperita l'istruttoria orale e disposta c.t.u. affidata al dott. Chizzoni, la causa veniva trattenuta
in decisione sulle conclusioni delle parti in epigrafe riportate.
Motivi
La domanda è parzialmente fondata e merita accoglimento nei limiti che seguono.
Preliminarmente va respinta l’eccezione di incapacità del teste Marani, dipendente della banca,
tempestivamente eccepita ex art. 246 c.p.c. dalla difesa degli attori.
Invero secondo la giurisprudenza di legittimità non comporta incapacità a testimoniare per i
dipendenti di una banca la circostanza che questa, evocata in giudizio da un cliente, potrebbe
convenirli in garanzia nello stesso giudizio per essere responsabili dell’operazione che ha dato
origine alla controversia poiché le due cause si fondono su rapporti diversi e i dipendenti hanno
un interesse solo riflesso a una determinata soluzione della causa principale che non li
legittima a partecipare al giudizio promosso dal cliente, in quanto l’esito di questo, di per sé,
non è idoneo ad arrecare ad essi alcun pregiudizio (in tali termini vedasi Cass. 4-3-1993 n.
2641; Cass. 28-1-1983 n. 771; Cass. 27-1-1979 n. 623): la sua dichiarazione è quindi
pienamente utilizzabile salva un’attenta valutazione sotto il profilo dell’attendibilità. Né ha
fondamento la deduzione secondo cui l’incapacità deriverebbe dal fatto che, nei confronti del
funzionario, sarebbe ipotizzabile un concorso in truffa contrattuale atteso che l’incapacità
prevista dall’art. 246 c.p.c. ricorre solo quando la persona chiamata a deporre abbia nella
causa un interesse concreto ed attuale che sia tale da coinvolgerla nel rapporto controverso e
da legittimare una sua assunzione della qualità di parte nel giudizio e non è pertanto
ravvisabile quando tale persona sia portatrice di un interesse di mero fatto ad un determinato
esito del giudizio stesso: ne consegue che la dedotta incapacità non sussiste (peraltro non
risulta nemmeno che il teste sia stato sottoposto a procedimento penale), atteso che la Corte
Costituzionale, con sentenza n. 85 del 1983, ha ritenuto infondata la questione di illegittimità
costituzionale dell’art. 246 c.p.c nella parte in cui non prevede l’incapacità a deporre nel
giudizio civile di chi è imputato di un fatto-reato su circostanze relative o connesse al fatto
medesimo (in tal senso vedasi Cass. 3-2-1993 n. 1341).
Ciò premesso va osservato che dalla documentazione dimessa e dagli accertamenti svolti dal
consulente è emerso come la B.A.M. non avesse i titoli argentini nel proprio portafoglio ma li
abbia acquistati sul mercato contestualmente al ricevimento dell’ordine da parte del cliente.
Va poi aggiunto che non è stato in alcun modo provato che fosse stato il funzionario a
consigliare agli istanti l’acquisto dei titoli: la circostanza che i risparmiatori fossero stati
invitati a recarsi in banca per valutare le possibilità di investimento non appare di per sé
significativa tenuto conto della assai scarsa remunerazione riconosciuta ai fondi lasciati sul
conto corrente sicché deve ritenersi che l’invito in questione sia stato rivolto unicamente al fine
di rappresentare ai clienti l’opportunità di investire il denaro in impieghi più vantaggiosi.
Da tutto ciò deriva che è infondata la domanda attorea diretta a sostenere l’invalidità degli
ordini d’acquisto ex artt. 1418 e 1439 c.c. non essendovi alcuna prova che l’istituto, nel caso di
specie, avesse artificiosamente indotto i clienti ad acquistare i titoli obbligazionari in questione
con il fine di recare ad essi danno, dovendosi altresì osservare, con riguardo alla prima delle
prospettazioni che, per aversi contrarietà a norme imperative ai sensi dell’art. 1418 c.c.,
occorre che il contratto sia vietato direttamente dalla norma penale, nel senso che la sua
stipulazione integri reato, mentre non rileva il divieto che colpisca soltanto il comportamento
materiale delle parti (in tal senso vedasi Cass. 25-9-2003 n. 14234).
Per quanto attiene invece alle altre censure sollevate occorre valutare separatamente i singoli
atti di acquisto dei titoli.
Con riguardo all’ordine impartito il giorno 5-9-1999 va in primo luogo escluso che la B.A.M.
abbia violato il disposto di cui agli artt. 21 I co. lett. c) d. lgs. 58/98 e 27 reg. Consob per non
avere segnalato di avere un interesse in conflitto con quello del cliente. Premesso che la
convenuta non aveva tali titoli nel proprio portafoglio e pur avendoli essa acquistati, tramite il
circuito telematico Bloomberg, dalla MPS Finance Banca Mobiliare s.p.a. (facente parte, come
la B.A.M., del gruppo bancario Monte dei Paschi di Siena atteso che la Banca Monte dei Paschi
di Siena s.p.a. controllava il 100% del pacchetto azionario della MPS Finance), dalla consulenza
emerge nondimeno che il prezzo in concreto applicato era il migliore rispetto a quello praticato
dagli altri c.d. “contributori” agenti sul mercato sicché nessun danno è derivato agli attori:
l’art. 27 reg. Consob deve infatti interpretarsi alla stregua del principio giurisprudenziale
affermatosi in sede di applicazione dell’art. 1394 c.c. secondo cui la responsabilità del
rappresentante che persegua interessi propri o di terzi incompatibili con quelli del
rappresentato sussiste solo ove alla utilità conseguita o conseguibile dal rappresentante per sé
o per il terzo, segua o possa seguire un danno per il rappresentato (cfr. Cass. 17-4-1996 n.
3630; Cass. 16-2-1994 n. 1498; Cass. 19-9-1992 n. 10749; Cass. 25-1-1992 n. 813).
Deve invece ritenersi che la banca non si sia comportata in conformità di quanto prescritto dal
combinato disposto di cui agli artt. 21 lett. a) e b) del d. lgs. 24-2-1998 n. 58 e 28 del
regolamento Consob 1-7-1998 n. 11522 che impongono all’istituto di credito di prestare i
servizi di investimento con diligenza e di operare in modo che i clienti siano sempre
adeguatamente informati.
In proposito occorre osservare che, secondo quanto risulta dall’indagine svolta dal c.t.u., ai
titoli del debito argentino acquistati il 5-9-2001, nel mese di luglio 2001 l’agenzia Moody’s
aveva attribuito come rating la valutazione Caa1 (indicante un titolo ad alto rischio di
insolvenza) e che, nell’anno precedente, tali obbligazioni erano state classificate
rispettivamente, B1 (20-8-2000), B2 (20-3-2001 e 4-6-2001), B3 (13-7-2001), laddove tali
indicatori designano titoli molto speculativi che offrono scarsa sicurezza di puntualità del
pagamento nel lungo termine, con una valutazione progressivamente negativa da B1 a B3.
Nella valutazione di Standard & Poor’s invece al titolo in questione era stato attribuito il
seguente rating con andamento parimenti sempre più negativo: BB (15-9-2000), B (8-5-
2001), B (6-6-2001), B- (12-7-2001), CCC+ (9-10-2001), laddove le prime classificazioni
indicano titoli speculativi in cui il debitore mantiene al momento la capacità di onorare i propri
impegni ma condizioni avverse di mercato potrebbero incidere negativamente sulla stessa,
mentre l’ultima designa un debitore ad alto rischio di insolvenza nel senso che, ove le
condizioni di mercato divengano sfavorevoli, molto probabilmente il debitore non sarà in grado
di onorare i propri impegni.
In proposito va detto che i titoli obbligazionari argentini al momento dell’acquisto da parte
degli istanti erano considerati ad alto rischio di insolvenza dovendosi evidenziare inoltre che,
nel corso del 2001, entrambe le agenzie avevano ripetutamente rivisto in senso negativo il loro
giudizio sull’affidabilità ad onorare gli impegni da parte dello stato argentino (c.d. downgrading):
per quanto riguarda il rating leggermente più favorevole indicato da Standard &
Poor’s nel periodo antecedente l’acquisto, va osservato che, poiché rientra nelle massime di
comune esperienza il dato secondo cui, di fronte a valutazioni divergenti (peraltro modeste nel
caso di specie), gli investitori prendono in considerazione quella più negativa (peraltro già
nell’ottobre del 2001 il rating attribuito da tale agenzia si era allineato a quello espresso da
Moody’s), deve ritenersi che costituisse dato acquisito per il mercato quello secondo cui i titoli
del debito pubblico argentino erano considerati di problematico rimborso.
Al riguardo va osservato che la banca doveva fornire una completa informazione circa i rischi
connessi a quella specifica operazione che il cliente intendeva porre in essere (obbligo imposto
dall’art. 28 co. II del regolamento Consob n. 11522), informazione che, trattandosi di soggetto
tenuto ad agire con la diligenza dell’operatore particolarmente qualificato (cfr. artt. 21 lett. a)
d. lgs. 58/98, 26 lett. e) reg. Consob cit. e 1176 II co. c.c.) nell’ambito di un rapporto in cui gli
è imposto di tutelare l’interesse dei clienti (v. artt. 5 e 21 lett. a) del d. lgs. 58/98, non senza
dimenticare che la tutela del risparmio è addirittura imposta dall’art. 47 della Costituzione),
necessariamente comprendeva l’indicazione, non generica, della natura altamente rischiosa
dell’investimento operata dalle maggiori agenzie specializzate in materia, dovendosi ritenere,
sotto tale profilo, che la banca sia obbligata a conoscere tali dati e, conseguentemente, a
riferirli al cliente.
Non vale poi a far ritenere immune da censure il comportamento da parte della B.A.M., la
circostanza che il funzionario escusso abbia riferito di avere evidenziato la rischiosità
dell’investimento anche in relazione al paese emittente e di avere parlato di rating con il
cliente: pur prescindendo da ogni considerazione circa l’attendibilità del teste, va detto che tali
avvertenze avevano carattere del tutto generico laddove la banca avrebbe dovuto
espressamente informare il cliente del fatto che gli analisti del mercato consideravano a rischio
il rimborso stesso del capitale.
Né merita adesione la deduzione difensiva dell’istituto secondo cui il risparmiatore sarebbe
comunque stato in grado di valutare la pericolosità dell’operazione alla luce delle indicazioni
contenute, in particolare, nell’art. 1.3 del documento previsto dall’art. 28 lett. b) del
regolamento Consob n. 11522/98, atteso che tali indicazioni hanno carattere generale laddove,
si ribadisce, la banca doveva fornire precise indicazioni circa la pericolosità di
quell’investimento.
Va poi aggiunto che l’art. 23 u.c. del d. lgs. 58/98 pone a carico dei soggetti abilitati
all’esercizio dei servizi di investimento l’onere di provare di avere agito con la specifica
diligenza richiesta e tale onere probatorio, per quanto sopra osservato, non è stato assolto
dalla banca.
Appare inoltre fondato il rilievo secondo cui l’istituto avrebbe comunque dovuto segnalare
l’inadeguatezza dell’operazione ai sensi dell’art. 29 del regolamento sopra menzionato (c.d.
suitability rule) in considerazione della sua dimensione (sia in termini assoluti sia perché si
trattava della metà del patrimonio mobiliare dei clienti), della natura altamente rischiosa dei
titoli prescelti e della circostanza che i clienti fossero investitori non professionali (funzionario
di amministrazione statale il Gambuti e casalinga la moglie).
A tale riguardo va rilevato che la banca ha sostenuto di non aver violato la c.d. suitability rule
in considerazione della propensione al rischio manifestata dai clienti anche in relazione alla
pregressa operatività posto che in precedenza il Gambuti aveva investito i propri risparmi in
una gestione patrimoniale B.A.M. del tipo C3 (ossia la più rischiosa dopo quella puramente
azionaria secondo la classificazione interna dell’istituto) e che al funzionario l'attore avrebbe
riferito di avere investito i propri risparmi in una Sicav ed in una polizza Index tramite la Cassa
di Risparmio di Parma e Piacenza (circostanza questa non negata dal Gambuti e riferita sin
dall’atto introduttivo dalla difesa della B.A.M. che pertanto, ex art. 118 c.p.c., può ritenersi
provata).
Dal documento sui rischi generali degli investimenti in strumenti finanziari risulta che i clienti
avevano indicato quale proprio obiettivo di investimento (in una graduatoria da uno a cinque in
cui al numero più basso corrisponde il rischio minimo) il punto 4 (prevalenza della rivalutabilità
rapportata al rischio di oscillazione dei corsi) mentre, in ordine alla propensione al rischio,
nell’ambito delle opzioni alta, media e bassa, essi avevano indicato quella media.
Orbene alla stregua di siffatte evidenze deve ritenersi non provato che il profilo di rischio dei
clienti potesse individuarsi in quello puramente speculativo posto che la gestione patrimoniale
in precedenza accesa presso la B.A.M. riguardava comunque una gestione (sia pure la più
aggressiva) di tipo bilanciato (caratterizzata quindi anche dalla presenza di titoli obbligazionari
emessi dallo stato) e che si trattava comunque di uno strumento finanziario affidato alla
gestione di un operatore professionale (analoghe considerazioni valgono anche per quanto
concerne l’investimento in una Sicav e nella polizza Index).
Per la prima operazione di acquisto la domanda attorea risulta quindi fondata essendo stati
dimostrati la violazione, da parte della banca, delle prescrizioni contenute negli artt. 21 t.u.l.f.,
28 e 29 reg. Consob da considerarsi come norme imperative ex art. 1418 c.c. in
considerazione degli interessi tutelati (diligenza degli intermediari nonché tutela del risparmio)
e della natura generale di siffatti interessi (per l'affermazione di tale principio in termini
generali vedasi Cass. 7-3-2001 n. 3272) nonché il danno subito dai clienti concretatosi nella
perdita dell’intero investimento posto che, nel dicembre del 2001, è stato sospeso il rimborso
delle obbligazioni (c.d. default) e che, ad oltre due anni di distanza da tale fatto, nessuna
concreta assicurazione è stata fornita circa un rimborso anche solo parziale dell’investimento.
A diversa conclusione deve invece pervenirsi con riguardo alla seconda delle operazioni di
acquisto dei c.d. tango bonds atteso che, in tal caso, la banca aveva segnalato l’inadeguatezza
dell’operazione e che, nonostante ciò, il Gambuti aveva confermato per iscritto l’ordine di
acquisto.
Al riguardo va osservato che, a fronte della segnalazione dell’inadeguatezza dell’operazione, la
normativa non prevede un divieto di dare esecuzione all’operazione ma si limita ad imporre
una più rigorosa formalità e cioè la conferma scritta dell’ordine che, nel caso di specie, è stata
data. Il funzionario di banca ha chiarito, nel corso dell’escussione, che l’inadeguatezza era
stata segnalata all’investitore in relazione al fatto che, con tale seconda operazione, costui
avrebbe investito l’intero patrimonio (secondo quanto era a conoscenza della banca alla
stregua delle dichiarazioni rese dal Gambuti in occasione dei vari incontri, atteso che lo stesso
aveva rifiutato di dare informazioni sulla propria situazione finanziaria ex art. 28 reg. Consob)
e che il titolo, già rischioso ed in forte perdita anche in considerazione degli eventi del 11-9-
2001, era inoltre denominato in dollari e quindi in valuta suscettibile di oscillazioni.
In proposito va osservato che siffatte dichiarazioni appaiono pienamente attendibili trovando
riscontro nella documentazione in atti mentre non può accedersi alla tesi difensiva secondo la
quale la norma di cui all’art. 29 reg. Consob sarebbe comunque stata violata non avendo la
banca predisposto documentazione scritta delle avvertenze date e figurando sulla conferma
d’ordine unicamente la dicitura “operazione non adeguata” atteso che l’art. 29 co. III reg.
Consob prescrive agli intermediari l’obbligo di informare l’investitore dell’inadeguatezza
dell’operazione e delle ragioni per cui non è opportuno procedere alla sua esecuzione, senza
peraltro imporre una specifica forma dovendosi notare che, secondo un consolidato
orientamento giurisprudenziale, dall’art. 1350 c.c. si desume sussistere il principio generale
della libertà delle forme di manifestazione della volontà negoziale in mancanza di fonti legali o
contrattuali che prevedano la forma scritta (cfr. Cass. 17-1-2001 n. 577; Cass. 3-3-1994 n.
2088).
Pur apparendo assorbenti le considerazioni sopra formulate va aggiunto che deve escludersi
che tale secondo acquisto sia stato effettuato in violazione del disposto di cui all’art. 27 reg.
Consob atteso che la B.A.M. aveva comperato i titoli dalla società (di diritto svizzero) Arcadia
Securities in relazione alla quale non è emersa l’esistenza di rapporti rilevanti ai fini
dell’applicazione della norma sopra richiamata.
Parimenti infondata risulta la deduzione difensiva attorea (peraltro svolta solamente in
comparsa conclusionale) circa la pretesa nullità dell’acquisto in relazione al disposto di cui
all’art. 30 del regolamento Consob atteso che il documento contrattuale contiene tutti gli
elementi essenziali per lo svolgimento dell’attività di raccolta ordini e negoziazione (durata,
modifiche del contratto, modalità di conferimento degli ordini, misura di commissioni e spese
sia pure indicata con rinvio ai fogli informativi analitici).
Né, con riguardo all’acquisto dei titoli effettuato il 19-9-2001, può trovare accoglimento la
domanda, proposta in via subordinata, diretta ad ottenere la restituzione della metà del
capitale investito sul presupposto che la sottoscrizione di Menani Luciana sui vari documenti
contrattuali sarebbe stata apposta dal marito: premesso che la banca si è limitata a prendere
atto delle affermazioni di controparte senza riconoscere alcunché, occorre infatti rilevare che
incombeva sugli attori ex art. 2697 c.c. l’onere, dai medesimi non assolto, di provare il proprio
assunto laddove l’acquisto deve ritenersi formalmente regolare posto che il contratto
prevedeva un’operatività con firma disgiunta e che l’ordine è stato impartito dal Gambuti.
In ordine alla quantificazione del danno va rilevato che, in difetto di puntuali indicazioni da
parte degli attori, della nota volatilità dei mercati e del fatto che risulta provato come essi
prediligessero scelte di investimento non limitate alla mera redditività, manca del tutto la
prova che gli stessi, impiegando il capitale in titoli comunque diversi da quelli a più basso
rischio, avrebbero senz’altro ottenuto un guadagno.
Poiché l'obbligazione di restituzione dell'importo versato in conseguenza della dichiarazione di
nullità dell'ordine di acquisto costituisce debito di valuta, avendo ad oggetto, sin dal suo
sorgere, il pagamento di una somma di denaro e non essendo stato provato che gli attori
abbiano subito un danno ex art. 1224 II co. c.c., ad essi va restituito l'importo di euro
258.729,90 cui debbono aggiungersi, ex art. 2033 c.c., gli interessi al tasso legale dal 5-9-
2001 sino al saldo definitivo non potendosi ritenere che la B.A.M., in relazione ai
comportamenti sopra censurati, fosse in buona fede.
La parziale reciproca soccombenza giustifica la compensazione, nella misura della metà, delle
spese di lite liquidate come da dispositivo, riducendosi ad € 750,00 quelle di c.t.p..
P.Q.M.
il Tribunale di Mantova, in composizione monocratica, definitivamente pronunciando, ogni
altra domanda ed eccezione reietta, così provvede:
dichiara la nullità dell’ordine d’acquisto di 315.000 obbligazioni Argentina 00/07 10%
identificate dal codice 11674445 impartito il 5-9-2001;
condanna la B.A.M. s.p.a. a corrispondere agli attori la somma di euro 258.729,90 cui debbono
aggiungersi gli interessi al tasso legale dal 5-9-2001 sino al saldo definitivo;
condanna la convenuta a rifondere agli attori le spese di lite compensandole nella misura della
metà e, per l’effetto, liquidandole in complessivi euro 11.363,35 di cui € 1.809,00 per spese
(comprese quelle di c.t.u.), € 2.054,35 per diritti ed € 7.500,00 per onorari, oltre al rimborso
forfetario delle spese ex art. 15 T.P., ed oltre ad I.V.A. e C.P.A. come per legge.
Così deciso in Mantova, lì 18-3-2004.
Il Giudice
dott. Mauro Bernardi