Bond Parmalat, così sono stati beffati i risparmiatori

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Bond Parmalat, così sono stati beffati i risparmiatori

Messaggio da rolieg » ven set 09, 2011 12:31 pm

Bond Parmalat, così sono stati beffati i risparmiatori

Obbligazioni Parmalat di proprietà delle maggiori banche, per un valore di circa 200 milioni di euro, furono "passate" ai risparmiatori nei dodici mesi che precedettero il crack del gruppo, dichiarato il 27 dicembre 2003. La verità sui "Collecchio bond" emerge oggi con dovizia di particolari da un documento, rimasto inedito, trasmesso dalla Banca d'Italia alla Procura di Parma il 17 novembre 2005 (circa un mese prima delle dimissioni di Antonio Fazio da Governatore).
L'istituto centrale passa in rassegna, nel documento,le posizioni di Citibank, Intesa, Bnl, Capitalia, SanpaoloImi, Banca Popolaredi Milano ( Bpm),Banca Popolare Italiana (Bpi), Deutsche Bank, Monte dei Paschi e Unicredito Italiano, alcuni dei gruppi bancari che erano più esposti verso Parmalat.
Queste banche, il 31 gennaio 2000, avevano in portafoglio obbligazioni Parmalat (e altri prodotti finanziari di società del gruppo) per un totale di 179,6 milioni di euro, un importo che non aveva subito variazioni di rilievo nei mesi successivi, salvo superare il picco dei 200 milioni in due occasioni: il 31 ottobre 2000 e il 28 febbraio 2001.
A cominciare dal 31 marzo 2001,il valore dei bond di proprietà delle banche era andato calando, e a parte il nuovo massimo di 239 milioni di euro battuto il 31 luglio2001 aveva continuato a registrare un andamento in discesa fino a raggiungere i 93,7 milioni il 31 maggio 2002.
Le banche erano tornate a fare il pieno di obbligazioni a metà del 2002. A fine giugno di quell'anno erano presenti, nei loro portafogli di proprietà, 124 milioni di euro di bond Parmalat.
Al 30 novembre l'importo era già salito a 175 miloni. E al 31 dicembre aveva raggiunto i 229 milioni.
A questo punto si entra nell'ultimo anno di vita della vecchia Parmalat: il 2003. E da questo momento che le banche cominciano a sgonfiare i portafogli in modo sistematico, finoa svuotarli quasi del tutto.Analizziamo la successione dei dati di Banca d'Italia, affiancandoli agli eventi che scandirono gli ultimi drammatici mesi della Parmalat di Calisto Tanzi.
Dal 31 gennaio 2003 le banche accelerano la vendita dei bond ai risparmiatori: l'ammontare dei titoli detenuti dai dieci istituti scende a 180,5 milioni di euro. Il mese successivo il mercato assiste al crollo delle quotazioni della Parmalat in seguito all'annuncio di un nuovo bond che risulta sgradito agli investitori. È il primo segnale del dissesto. E le banche che fanno? Continuano, imperterrite, a scaricare sui risparmiatori le obbligazioni in loro possesso. Il 28 febbraio 2003 queste si riducono a 126 milioni di euro.
Le vendite proseguono ininterrottamente in marzo, aprile, maggio. La Consob, in marzo, ha cominciato a martellare la società con richieste di informazioni, e le banche,in aprile, hanno già fiutato il marcio lavorando al piano salvataggio di Parmatour, la società turistica della famiglia Tanzi. Non è dunque per caso che, al 30 giugno 2003,i loro portafogli di proprietà si sono ulteriormente alleggeriti di obbligazioni Parmalat, fino a raggiungere i 100 milioni di euro. Dimezzati.
In settembre «Il Sole24 Ore» denuncia la storia del "bond fantasma", l'obbligazione annunciata da Deutsche Bank il 13 e ritirata dal mercato nello stesso giorno: una cosa mai vista. Da Collecchio arrivano scricchiolii sinistri. Ma le banche fanno finta di non sentirli e continuano a consigliare ai risparmiatori l'acquisto di nuove obbligazioni. Il 30 settembre 2003, nei loro portafogli, i bond si sono ridotti a 95 milioni di euro.
Tra ottobre e novembre il gruppo sta per franare. Nel fondo Epicurum delle isole Cayman dovrebbero essere stati investiti centinaia di milioni di euro di liquidità, ma del denaro non v'è traccia. Le banche, a rigor di logica, dovrebbero continuare a liberarsi dei bond. Invece, invertono la rotta: tornano ad acquistarli. Forse sperano di salvare Tanzi. Fatto sta che in ottobre, nei loro portafogli, i bond Parmalat arrivano a superare i 199 milioni di euro e in novembre registrano una flessione a 177 milioni. Ad acquistare a mani basse è, in particolare, la Bpi di Gianpiero Fiorani (la ex Popolare di Lodi) Nel dicembre 2003 la Parmalat entra in un tunnel senza uscita. Il 4 dicembre,Calisto e Stefano Tanzi vanno a Mediobanca nel tentativo di trovare una soluzione a un bond in scadenza l'8 al cui rimborso la società non è in grado di far fronte. Mediobanca lancia l'allarme e il 6, a Roma,si svolge una riunionea cui partecipano da una parte i due Tanzi, padre e figlio, e dall'altra SanpaoloImi, Intesa e Capitalia, i principali creditori. Tanzi avverte che in Parmalat c'è un ammanco di 9 miliardi. In realtà il buco risulterà di circa 15 miliardi. Eppure le banche non fanno una piega: continuano a vendere obbligazioni agli sportelli.Il 17 dicembre si assiste al tracollo: Bank of Amercia informa il revisore Grant Thornthon dell'inesistenza del conto intestato alla Bonlat, su cui dovrebbero esservi all'incirca 4 miliardi di liquidità. È la fine per la combriccola di Collecchio. Ma la vendita dei bond non si arresta. Dal 30 novembre al 31 dicembre ne vengono venduti, in totale,per altri 145 milioni di euro.
Nei portafogli delle banche rimarranno obbligazioni Parmalat per 31 milioni di euro: un'inezia. La più svelta a vendere è la Popolare di Milano. Essa raggiunge il massimo dell'anno nel novembre 2003,con oltre 10 milioni di euro di bond in portafoglio. Un mese dopo s'è già liberata di tutto. Non meno lesto si rivela Fiorani, che sarà arrestato nel dicembre 2005 per la scalata ad Antonveneta. Nel novembre 2003 la "sua" Bpi ha obbligazioni Parmalat per 114,3 milioni di euro;in dicembre i bond vengono rovesciati sui risparmiatori; e alla fine dell'anno la banca se ne ritrova in portafoglio un quantitativo minimo: 18 milioni di euro.
Non meno sorprendente è il percorso delle altri grandi banche: SanpaoloImi, Unicredito, Mente Paschi, Intesa, Capitalia. Fermiamoci ai dodici mesi prima del crack. Il gruppo Sanpaolo Imi arriva a possedere,il31 dicembre 2002, obbligazioni Parmalat per un valore massimo di quasi 102 milioni di euro. Da quel momento comincia apiazzare i titoli ai risparmiatori in modo forsennato. E al momento del crack non gli restano che 126mila euro di bond. Unicredito, alla stessa data,ha in casa obbligazioni Parmalat per oltre 83 milioni di euro, e dopo dodici mesi di vendite agli sportelli gliene restano in carico per 4 milioni di euro. Un po' meno "fortunato" il Monte dei Paschi:possiede 23,5 milioni di euro di bond a fine 2002 e prima del crack riesce a venderne per oltre 17 milioni di euro. Intesa, invece resta con 2 milioni di euro soltanto sui 28,5 del gennaio 2000. Dulcis in fundo, Capitalia, la banca considerata più vicina a Tanzi e alla Parmalat. Capitalia scarica sul mercato i titoli obbligazionari di Collecchio tra il 2000 e il 2001, in tempi non sospetti.E dei pochi che mantiene in portafoglio nel 2003 riesce a liberarsi quasi del tutto, tranne un piccolo importo residuo di 480mila euro.
Le uniche consolazioni ai risparmiatori sono venute, finora, dalla nuova Parmalat. Coloro che avevano investito 5mila euro in bond della vecchia Parmalat — e hanno aderito alla conversione dei bond in azioni della nuova Parmalat —, con le quotazioni del titolo a 3 euro avrebbero recuperato, dalla vendita delle medesime azioni, il 60% del capitale iniziale. E le prospettive appaiono positive: ieri la società quotava in Borsa 3,34 euro.
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LO SCANDALO PARMALAT

Messaggio da rolieg » ven set 09, 2011 12:32 pm

LO SCANDALO PARMALAT
La prima riflessione riguarda la dimensione della bancarotta Parmalat non solo per quanto attiene alla quantità delle risorse bruciate con veri e propri atti di pirateria finanziaria da parte della proprietà e del management dell'azienda, ma anche il perimetro territoriale che è stato il teatro della vicenda.
In un'intervista pubblicata venerdì scorso su "24 Ore" Tommaso Padoa Schioppa ha più volte richiamato questo aspetto della questione. Cito il più significativo di questi richiami: "I profili internazionali del caso Parmalat sono decisamente trascurati nel dibattito attuale, sia dalla stampa italiana che da quella estera. Le banche implicate sono in larga misura non italiane, l'agenzia di "rating" è straniera e lo stesso gli "auditors", le emissioni obbligazionarie non sono state fatte in Italia. Una lettura strettamente nazionale deforma la diagnosi e può fuorviare la terapia".
Più oltre l'intervista tocca un altro punto sul quale il dibattito politico ha fatto molta confusione, evidentemente per scarsa conoscenza dei meccanismi del sistema. Dice Padoa Schioppa: "La centrale dei rischi nasce in un'epoca in cui le barriere valutarie facevano sì che tutto l'indebitamento di un'impresa fosse verso il sistema bancario nazionale. Oggi questo non è più vero e la centrale rischi ha perso perciò di efficacia" .
Ad ulteriore supporto di questa affermazione mi sembra utile elencare la lista delle banche che hanno emesso e collocato i bond della Parmalat, con le relative percentuali sull'emissione totale: J. P. Morgan-Chase 21%, Merrill Lynch 11, Morgan Stanley 11, Ubs 8, Paribas 7, Barclays 5, Sssb 4, Deutsche Bank 4, Nomura 2, Bear Stearns 2, Csfb 1. Queste banche da sole coprono il 76% delle obbligazioni Parmalat. Il resto è formato da consorzi di collocamento tra banche italiane e straniere. Oltre ai bond, il sistema bancario italiano e internazionale ha concesso prestiti al gruppo Parmalat nella seguente misura: Bank of America 700 milioni di euro, CitiGroup 500. Il totale ammonta a 1.200 milioni di euro, cui aggiungere i prestiti di altri Istituti di credito di cui non si conosce l'entità. Il totale dei prestiti di banche italiane (Capitalia, Intesa, San Paolo) è stato di 1.000 milioni di euro.
La portata internazionale dell'"affaire" Parmalat balza dunque agli occhi con tutta evidenza da questa rassegna di cifre. Bisogna aggiungere che altre istituzioni bancarie e straniere partecipano con ruolo influente al capitale delle maggiori banche italiane; cito come esempi la Abn Amro e il Santander. Aggiungo infine a titolo di memoria che le società del gruppo Parmalat più coinvolte nella bancarotta sono (non a caso) collocati in paradisi fiscali (Cayman) e comunque all'estero (Lussemburgo, Delaware, Uruguay, Ecuador, eccetera). Risulta chiaro che in queste condizioni i controlli pubblici affidati alla Consob e - per quanto di sua competenza - alla Banca d'Italia erano oggettivamente del tutto insufficienti a cogliere le dimensioni se non addirittura l'esistenza stessa della crisi.
La seconda riflessione riguarda i controlli societari interni ed esterni delle aziende quotate in Borsa previsti dal Codice civile, dagli Statuti societari e dalle più recenti norme sulla "governance" sul cui rispetto vigila la Consob per assicurarne la trasparenza.
Nel caso specifico i tre organi di controllo - sindaci, "auditors", agenzie di "rating" - hanno sempre confermato il buon andamento dei conti e del patrimonio ed hanno in tal modo fortemente contribuito ad "accecare" la Consob. I bilanci redatti dagli amministratori e diffusi secondo le norme della trasparenza registravano infatti una situazione apparentemente corretta: profitti industriali e finanziari adeguati, "assets" patrimoniali solidi, rapporto debiti-crediti soddisfacente, liquidità più che abbondante.
Dirà la magistratura come sia stato possibile che gli organi di controllo dell'azienda non si rendessero conto per anni del fatto che gran parte delle poste di bilancio fossero inventate e gran parte della documentazione di supporto falsificata. Se cioè sindaci, "auditors" e "agenzie di rating" siano state vittime inconsapevoli dei raggiri messi in essere dagli amministratori e dal management o ne fossero invece conniventi. Ma anche nel caso dell'inconsapevolezza resta in ogni caso palese un'incapacità e una mancata diligenza professionale di enormi dimensioni.
Il sintomo più evidente che avrebbe dovuto allertare gli organi di controllo societari - come già rilevammo due settimane fa al primo segnale della bancarotta - avrebbero dovuto essere le cifre di una liquidità sovrabbondante messe a confronto con un indebitamento altrettanto sovrabbondante: due eccessi inspiegabili a lume di logica che infatti celavano una voragine senza pari.
Questa stessa anomalia del resto avrebbe dovuto richiamare l'attenzione non solo dei sindaci, degli auditors e delle agenzie di rating ma anche di Consob e delle banche finanziatrici. Tutti dormivano, nessuna verifica di attendibilità della documentazione fu effettuata da parte di nessuno. E questo è il punto interrogativo che la commissione parlamentare di indagine dovrà esaminare con la massima cura e che la magistratura dovrà risolvere ai fini di verificare il grado di responsabilità di ciascuno. Resta fin d'ora evidente che le certificazioni di bilanci falsi per nove decimi non potevano sfuggire agli organi di controllo dell'azienda che meritano dunque le più severe sanzioni.
La Consob dal canto suo ha assicurato per anni la trasparenza e la circolazione di bilanci falsi. I suoi poteri sono certamente insufficienti quanto l'attenzione con cui ha usato dei poteri che aveva. Altrettanto si può concludere riguardo alle banche finanziatrici.
Tratto da un'articolo di Eugenio Scalfari su Repubblica
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"Tanzi non era ostaggio delle banche"

Messaggio da rolieg » lun dic 12, 2011 3:38 pm

Parmalat: pm Nocerino, "Tanzi non era ostaggio delle banche"
Via requisitoria della pubblica accusa nel processo milanese (Il Sole 24 Ore Radiocor) - Milano, 30 set - "Questo processo e' il processo a Tanzi, non lo dimenticheremo mai in alcun momento della requisitoria. E' lui il vero artefice di tutto quello che e' accaduto". Cosi' il pubblico ministero, Carlo Nocerino, che ha avuto il compito di cominciare la requisitoria della pubblica accusa nel processo Parmalat in svolgimento a Milano. Bea-ed (RADIOCOR) 30-09-08 11:28:12 (0143) 5 NNNN
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Pm Nocerino lascia gli uffici di Nextra

Messaggio da rolieg » lun dic 12, 2011 3:42 pm

21 GEN 2004
Parmalat: Pm Nocerino lascia gli uffici di Nextra
Radiocor - Milano, 21 gen - Il sostituto procuratore di Milano, Carlo Nocerino, ha lasciato da poco gli uffici di Nextra, la sgr del gruppo Intesa, dove e' in corso una perquisizione nell'ambito di un'inchiesta sul crac Parmalat.
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