Dall'Argentina a Cirio e Lehman tanti i bond....

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Dall'Argentina a Cirio e Lehman tanti i bond....

Messaggio da rolieg » ven nov 26, 2010 10:45 am

Dall'Argentina a Cirio e Lehman tanti i bond incagliati. Ecco come regolarsi con le banche

di Lucilla IncorvatiCronologia articolo14 novembre 2010Commenta


Questo articolo è stato pubblicato il 14 novembre 2010 alle ore 18:24
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Non è ancora conclusa la triste vicenda dei Tango bond nella quale sono rimasti coinvolti oltre 440 mila rispamiatori che, a partire dal 1999, hanno sottoscritto obbligazioni poi andate in default. A distanza di cinque anni dalla prima proposta di concambio del 2005, ritenuta svantaggiosa da oltre la metà dei sottoscrittori, una seconda occasione si è aperta l'estate scorsa. In agosto il governo di Buenos Aires ha dato il via libera ad una seconda operazione di swap (chi voleva aderire doveva farlo entro il 22 giugno) ed è stata fissata all'11 agosto la data per l'avvio dello scambio.
Ma così non è stato. Ad oggi solo alcune piccole banche (diverse Bcc), la Banca delle Marche e Deutsche Bank hanno dato seguito all'operazione di concambio che nella maggioranza dei casi che prevede l'adesione con opzione par. Vale a dire, scambio dei vecchi titoli con nuovi bond per valore equivalente rispetto al valore dei bond andati in default, più un conguaglio in contanti.
Il ritardo delle principali banche, motivato dalla necessità di attendere una chiarimento sul trattamento fiscale da applicare all'operazione e dalla necessità di adeguare le procedure informatiche, potrebbe in realtà aver già danneggiato molti investitori. Non essendo avvenuto il concambio, i possessori non hanno potuto vendere i titoli il cui valore nel frattempo (almeno da inizio mese) si è deprezzato.

Che fare in questi casi? Si possono chiedere i danni alla banca?
Secondo gli esperti, la risposta è sì, naturalmente a certe condizioni. La si potrà chiedere se nel momento in cui avviene la consegna del titolo, l'investitore riscontrerà una diminuzione del valore (calcolata per esempio dalla data in cui un altro istituto ha dato seguito all'operazione).
Per esempio nell'attesa che la banca dia seguito all'operazione di swap si è tenuti a tenere aperto il dossier titoli e quindi a sostenerne i costi?
Le banche lo richiedono ma è bene trattare e chiedere di non sostenere i costi anche perché si può optare per trasferire i titoli presso un altro istituto e questo mantiene in vita il diritto di fare causa alla banca che ha venduto i bond e/o a quella che non porta avanti la procedura di swap. Sempre se si ritiene di essere stati danneggiati.
C'è sempre tempo per chiedere il risarcimento?
Tra chi ha acquistato bond argentini, ma anche obbligazioni Cirio e azioni Parmalat, solo l'1,5% ha fatto causa (non c'era ancora la possibilità dell'azione collettiva di rivalsa e, probabilmente, molti hanno avuto paura di intraprendere quella individuale). Sono stati ottenuti decine di risarcimenti, non migliaia. Le banche hanno osato dire, a propria difesa, che i clienti erano esperti, perfino scaltri, cioè pronti, abili nel valutare il pro e il contro, addirittura raffinati. La recente insolvenza della Lehman Brothers (circa 200mila investitori coinvolti e circa 100mila ancora esposti per un miliardo) ha aperto un capitolo nuovo anche nei tribunali dove le cause promettono bene, anche se risentono dei tempi della giustizia italiana. C'è poi una regola generale che è valida in tutti i casi di bond andati in default: l'azione di risarcimento del danno può essere richiesta anche in caso di vendita del titolo e lo stesso diritto è mantenuto anche dagli eredi.

Chi è stato rimborsato?
I più fortunati sono stati i vecchi obbligazionisti della Parmalat. Il più grande crack italiano è stato l'unico ad avere in poco tempo dato un discreto ristoro ai risparmiatori truffati. Attualmente per loro il recupero è compreso tra il 24% e il 36% del valore originario dei bond, ma la cifra sale di 4-5 punti percentuali se si contano anche i dividendi incassati. Un lusso. In confronto, tutti gli altri spaghetti-bond finiti in default sembrano figli di un dio minore: gli 1,8 miliardi di euro di obbligazioni Cirio, Giacomelli, Finmatica, Finmek, Finpart e La Veggia fino a oggi hanno restituito ai risparmiatori 86 milioni. Poco più del 4%. E tanti, ancora, sono gli ostacoli da superare. Un po' perché tante di queste società finite in default non avevano attivi da dismettere. Un po' perché i Tribunali italiani sono ingolfati e lenti. Sta di fatto che ad oggi dei 9 miliardi di euro totali di obbligazioni finite in default (inclusa Parmalat), circa 7 miliardi sono ancora in fumo. L'unica salvezza è arrivata, per alcuni risparmiatori, dalle cause private contro le banche. Ma sono ancora molti quelli che attendono l'esito di alcune udienze o di procedure transattive. Tra le obbligazioni in default che qualcosa hanno già pagato ai risparmiatori c'è il caso Cirio. Dei sette bond originari del gruppo, tre hanno già percepito qualcosa. Ma altre distribuzioni di denari arriveranno. Stesso discorso per Finmatica, società fallita con un bond da 100 milioni di euro (su un passivo totale di 500 milioni). Un primo riparto, che distribuisce il 7% del valore del bond, è già iniziato per gli obbligazionisti. E altri potrebbero arrivare.

Si può fare causa alla propria banca? E come?
Anche chi si è ritrovato coinvolto in qualche default può avere qualche speranza di riavere i propri soldi. Ecco passo passo cosa fare. Mandare una raccomandata alla banca con la quale si interrompono i termini di prescrizione (è decennale) e con la quale si chiede ai sensi delle norme del testo unico bancario di poter prendere visione di alcuni documenti. In particolare: il contratto quadro, il contratto di deposito titoli, il documento generale sui rischi di investimento, la rilevazione della propensione al rischio, l'ordine firmato per l'acquisto del titolo o la registrazione telefonica, l'offering circular del titolo. Tutti questi tutti questi documenti, tranne l'offering, devono essere firmati dalla banca e del cliente in data antecedente all'investimento. La banca deve rispondere entro 90 giorni. Se non risponde (caso raro) o più comunemente non si trovano i documenti (in particolare il contratto quadro), il rapporto è nullo e quindi l'investitore ha diritto a riavere indietro i suoi soldi
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Messaggio da rolieg » sab nov 27, 2010 9:07 am

Ecco cosa scrivovo i giornalisti quando sono privi dei "fondamentali"
( Sgarbi direbbe.......bhe lasciamo perdere)
E pensare che basta andare su internet e digitare: "associazioni a difesa del risparmiatore" e interpellarle.
Ultima modifica di rolieg il mar nov 30, 2010 9:47 am, modificato 1 volta in totale.
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Messaggio da rolieg » sab nov 27, 2010 10:46 am

LUCILLA INCORVATI (24 ORE) SCOPRE LA CULLA DELL'INNOVAZIONE FINANZIARIA


A leggere le schede sui vari prodotti e società del Sole 24 Ore del lunedì, si cozza sempre con la solita difficoltà: non si riesce a capire in cosa il tono e i termini usati si distinguano da quelli dei prospetti pubblicitari. Questo varrebbe di per sé anche per un articolo di Lucilla Incorvati (3-11-2003 p. 30) che già nell'occhiello, nel titolo e nel sottotitolo si presenta come giornalismo d'inchiesta di alto livello:



Private banking. La banca appartiene al Gruppo Generali dal '98
Bsi apre la boutique
L'obiettivo è crescere rispettando la qualità e controllando i costi



Siamo, come si vede, nel più puro stile del Sole 24 Ore. Infatti come al solito le espressioni celebrative si sprecano: leggiamo per es. che la Bsi:

"nel 1998 entra a far parte integrante del Gruppo Generali"
al che siamo andati a consultare il dizionario Devoto-Oli alla voce "integrante" aggettivo che è definito come segue: "che riveste la funzione di complemento necessario: per es: le poltrone sono parte integrante dell'arredamento del salotto". Dunque non si capisce come le Generali, nella visione del quotidiano della Confindustria, siano potute esistere dal 1831 al 1997 senza tale "parte integrante".

In effetti inizialmente non si capisce neppure quale sia la notizia, se non la prossima apertura di una filiale della Banca della Svizzera Italiana (BSI) nel nord-est, a Vicenza o Padova. Ma andando avanti, la pazienza è premiata. Scopriamo infatti che l'attività della banca è duplice:


"da un lato c'è una consolidata tradizione [...] di elaborazione sistematica di metodologie innovative e nuovi modelli finanziari, utilizzando gli strumenti tecnologici più avanzati,
dall'altro lavora per la clientela privata come una boutique finanziaria, realizzando e controllando strategie finanziarie [...] che tengano in considerazione parametri di avversione al rischio, orizzonte temporale e vincoli di portafoglio."
Non dilunghiamoci, per carità di patria, in facili commenti sull'espressione boutique finanziaria, quando l'attività descritta è quella normalissima di tutte le società di gestione di patrimoni.

Concentriamoci piuttosto sulla prima parte: "consolidata tradizione di elaborazione sistematica di metodologie innovative" e, soprattutto, "nuovi modelli finanziari". Ohibò! Altro che Harward, MIT, London School of Economics ecc. Prima di Lucilla Incorvati nessuno se n'era accorto, ma ora sappiamo dove si cela l'incubatrice di "metodologie innovative e nuovi modelli finanziari": nelle sedi della Banca della Svizzera Italiana (BSI).
Bisogna che qualcuno lo vada a dire a quei distratti della Banca Centrale di Svezia per l'assegnazione dei prossimi premi Nobel per l'economia.

Intanto il Sole 24 Ore potrebbe avere la bontà di portare qualche esempio delle (supponiamo) decine di metodologie innovative e nuovi modelli finanziari elaborati negli anni dai "25 private banker" della BSI.
rolieg

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