Un nome, una garanzia… di bufale

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rolieg
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Un nome, una garanzia… di bufale

Messaggio da rolieg » mar nov 09, 2010 3:38 pm

di Beppe Scienza 28 ottobre 2010

Un nome, una garanzia… di bufale
Volevo limitarmi agli strafalcioni di Leo Campagna, la prima firma del settimanale il Mondo per il risparmio e la previdenza. Però l’attualità impone un’appendice sulla sparata del suo direttore a favore delle azioni Enel Green Power.

Ma procediamo con ordine. Il nostro era attivissimo già un quarto di secolo fa (il Mondo, 28-7-1986, pag. 76), consigliando una formula matematica truffaldina per quella trappola che sono i piani di accumulo di capitale (pac) in fondi comuni. Formula che tarocca i rendimenti, facendoli apparire maggiori di quelli veri.

Per decenni procede poi con servizi che regolarmente spingono il lettore nelle braccia degli sfasciacarrozze del risparmio gestito. Riportano numerosi esempi sia “Il risparmio tradito” sia il mio sito, da cui è liberamente scaricabile addirittura una tesi di laurea sul cattivo giornalismo del Mondo e di Milano Finanza (autore Giacomo Barzaghi, relatore Raffaele Fiengo, sindacalista del Corriere della Sera), dove Campagna è più volte citato.

Nel 2008, in piena crisi finanziaria, pubblica imperterrito un grafico svettante della società Anima a esaltazione dei fondi comuni. Grafico che si ferma al 2006, nascondendo così al lettore i crolli per i mutui subprime (2007) e per la Lehman Brothers (il Mondo, 21-11-2008, pag. 48).

Nel 2009 afferma che coi pac “aumentano le potenzialità di guadagno nel medio lungo termine” (il Mondo, 23-1-2009, pag. 42), cosa del tutto falsa.

Veniamo però al suo ultimo exploit, particolarmente insidioso per un lettore non scafato. Leo Campagna titola trionfante “I fondi battono gli Etf e i Btp” (il Mondo, 24-9-2010, pag. 36-37). Cosa l’autorizzerebbe a tale affermazione, ovviamente falsa? Il confronto dei fondi comuni obbligazionari coi Btp quinquennali dall’emissione a fine agosto 2005 sino al rimborso. Peccato che il confronto giusto sia semmai quello con tutti i Btp, il cui indice lordo passa nei cinque anni da 418,22 a 504,16 punti pari al 3,3% netto annuo. È quindi una bufala il titolo e l’intero articolo: dei 34 fondi elencati ben 32 sono battuti dai Btp. Siamo alle solite, bilance guaste a danno dei risparmiatori.

Passa un mese e il Mondo ne scodella un’altra, per la quale si scomoda addirittura il suo direttore. Riguarda il collocamento delle azioni Enel Green Power, su cui il Fatto Quotidiano ha ampiamente riferito. Enrico Romagna-Manoja titolo il suo editoriale “Ritorno in Borsa con bond-appeal” e, insieme ad altre frasi entusiastiche, sostiene che l’offerta è tale “da far assomigliare l’investimento più alla sottoscrizione di un bond che non a una scommessa azionaria” (22-10-2010, pag. 9).

Un’affermazione tanto sicuramente gradita all’Enel, quanto indiscutibilmente falsa. Le Enel Green Power non hanno nulla di un’obbligazione. Né interessi o altro fissati dal regolamento, caratteristica imprescindibile per i titoli a reddito fisso. Né una garanzia di rimborso del valore nominale. Anzi, potrebbero benissimo scendere del 50%, com’è già capitato a un analogo titolo spagnolo.
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«La lezione del (mancato) rimborso dei bond argentini»

Messaggio da rolieg » dom nov 14, 2010 7:11 pm


«La lezione del (mancato) rimborso dei bond argentini»
Beppe Scienza
il Fatto Quotidiano, 18-6-2010 p. 7

Per i titoli dell’Argentina siamo all’ultimo atto. Scade il prossimo 22 giugno la nuova Offerta pubblica di scambio (Ops) del governo di Buenos Aires, rivolta a chi ha ancora obbligazioni emesse prima del 2002. Ma il punto non è la convenienza ad accettarla. La vicenda è interessante per vari motivi. In particolare perché aiuta a capire quanto poco l’Italia sia un paese normale; e quanto spesso in Italia i tiri mancini arrivino da chi dovrebbe stare dalla propria parte.
La storia inizia con la diffusione dei titoli di stato argentini dagli anni ’90 fino al patatrac del dicembre 2001, quando l’Argentina smette di pagare interessi e rimborsi. È il cosiddetto default, che si abbatté su circa 450 mila risparmiatori italiani, vittime in parte della ricerca spensierata di rendimenti persino del 10%, in parte dei consigli avventati di molte banche.
Passa circa un anno e le banche italiane s’inventano la Task Force Argentina (Tfa), un’iniziativa con l’unico vero fine di tenere buoni i risparmiatori che rumoreggiavano e distoglierli da cause contro di esse. Gli mettono a capo un certo Nicola Stock e la stampa economica, anziché smascherare la manovra, gli dà credito e lo intervista in continuazione (ora un po’ meno) come se l’attività della Tfa potesse avere una qualche utilità per i risparmiatori coinvolti.
Arriva poi il dicembre 2004 e l’Argentina propone un compromesso. Quanto offre è stimabile prudenzialmente fra il 35 e 40 per cento del valore delle obbligazioni fallite, che è comunque meglio di niente.
Pronta la Tfa dichiara l’offerta “assolutamente inaccettabile” (3-1-2005). Scrive a caratteri cubitali e tutto maiuscolo “NON ACCETTARE L’OFFERTA” (Avviso ai bondholders del 14-1-2005). Addirittura si inventa una risibile minaccia di pignoramenti, sequestri ecc. per gli interessi corrisposti dai nuovi titoli (Nota del 14-1-2005). E tutto ciò con l’avallo delle banche italiane (Comunicato Abi del 19-1-2005). In compenso promette mare e monti, cioè di ottenere il rimborso integrale e anche tutti gli interessi arretrati.
Ma in fondo cosa c’è d’aspettarsi da un’iniziativa finanziata dalle banche italiane? La cosa indecente è che quasi tutte le associazioni di consumatori (Adiconsum, Codacons, Federconsumatori, Unione Nazionale Consumatori ecc.) e la ditta Altroconsumo si appiattiscono sulla posizione della Tfa e perorano la causa del rifiuto. Le inducono a tale scelta sciagurata le troppe connivenze con il sistema bancario italiano, a dispetto delle incendiarie dichiarazioni di facciata, la loro incompetenza in materia e la volontà di imbastire una lotta politica… coi soldi dei risparmiatori. Siamo cioè al livello del proverbiale: “Armiamoci e partite!”.
I pochissimi che in Italia scrissero chiaro e tondo che conveniva accettare, fra cui il sottoscritto, furono oggetto di insulti e pubblico dileggio, in particolare sulle pubblicazioni della società editoriale Altroconsumo. Ovviamente accettarono in massa gli investitori istituzionali e si guardarono bene dal consigliare il rifiuto le associazioni di consumatori svizzere, austriache e tedesche (Stiftung Warentest), che sono di tutt’altra pasta.
Caso unico nel mondo, circa la metà dei 450 mila risparmiatori rimase col cerino acceso in mano. Si trovarono sul groppone titoli totalmente infruttiferi e, avendo bisogno di soldi, li hanno dovuti vendere a prezzi stracciati. Nel frattempo la Tfa ne ha inventate di tutti i colori, come un insulso ricorso a un organo internazionale (Icsid), ovviamente senza cavare un ragno dal buco.
Chi aderì all’offerta si ritrova ora tutto sommato con 55 euro ogni cento iniziali. Chi invece accetta la nuova Ops, recupererà circa 47 euro, e sa a chi dire grazie per quanto ci rimette.
Si potrebbe poi aprire un capitolo su quegli avvocati che hanno incassato parcelle, intentando cause perse per chiedere impossibili pignoramenti dei consolati e dell’ambasciata argentini.
Un altro capitolo sui politici. Abbiamo Giorgio Benvenuto, che si fece bello andando inutilmente in Argentina nel 2005; l’allora ministro dell’economia Domenico Siniscalco che vantava (13-1-2005) “l’azione ferma del governo nelle varie sedi internazionali”, di cui però non s’è visto nessun risultato; l’attuale sottosegretario all’Economia Luigi Casero che attribuisce a merito dell’esecutivo la struttura dell’attuale ops, che semplicemente ricalca quella del 2005, ecc.
Ma gli italiani hanno già poca stima della classe politica. Particolarmente biasimevoli sono piuttosto le associazioni di consumatori, soprattutto perché recidive. Qualcuna ne sta fuori, come l’Adusbef, ma la maggior parte dà il suo imprimatur all’altra squalificata iniziativa delle banche italiane, ovvero PattiChiari. Su cui ci sarebbe molto da dire, ma forse basta ricordare che consigliava i titoli Lehman Brothers ancora il 15-9-2008, cioè addirittura a fallimento già conclamato.
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