Draghi: "Dal 2010 si torna a crescere"

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rolieg
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Draghi: "Dal 2010 si torna a crescere"

Messaggio da rolieg » gio ago 27, 2009 7:45 am

Draghi: "Dal 2010 si torna a crescere"


Il governatore della Banca d'Italia:
"Crisi alla fine, ma resta l'incertezza
e molte imprese rischiano di fallire".
Al governo: alzare eta delle pensioni
RIMINI
La crisi economica, che non è finita ma «sta rientrando», lascia per l’Italia «un’eredità pesante». Soprattutto per quelle imprese che «rischiano la sopravvivenza». Ma il Paese può farcela, puntando sulle riforme strutturali che agiscano sul capitale umano, sul mercato del lavoro e sul divario nord-sud. Perchè «non partiamo da zero» e, anzi, «possiamo muovere da posizioni di vantaggio». Il Governatore della Banca d’Italia, dal palco del meeting di Cl di Rimini, lancia un messaggio di "ragionato" ottimismo. Supportato anche dalle previsioni macroeconomiche, con il pil che «seppur di poco, tornerà a crescere nel 2010».

Il numero di Via Nazionale, che incassa ripetutamente gli applausi della platea dei ciellini, invita comunque alla cautela: «Ci sono ancora segnali di incertezza» a livello globale e «l’uscita dalla crisi per noi è difficile», osserva, prima di chiarire: «non direi che la crisi è passata perchè è passata quando si torna al punto di prima», come ha sostenuto la cancelliera tedesca Angela Merkel. «Abbiamo qualche rondine ma attenzione a non scambiare la prima rondine per primavera», avverte il Governatore. Per Draghi sono tre i fattori chiave per portare l’Italia fuori dalle secche: la stabilità finanziaria, le riforme strutturali e la crescita. «Senza stabilità finanziaria non si va da nessuna parte» perchè «una buona tenuta dei conti è indispensabile per la crescita» e «senza la crescita non si esce dalla situazione di alto debito pubblico», osserva il numero uno di Via Nazionale. Che cita il dato sul rapporto debito/pil: «nel 2010 sarà al 118% a causa della caduta del denominatore, cioè il prodotto».

Dalla crisi, insiste Draghi, «non si esce aumentando le tasse ma con la crescita». Un concetto che ricorre nelle analisi del Governatore, almeno quanto il richiamo alle riforme. «Con la crisi i problemi di struttura della nostra economia si sono fatti più urgenti. Un mero ritorno ai deboli ritmi di crescita degli anni precedenti ci condannerebbe a un arretramento ancora più netto nel novero dei paesi avanzati. È necessario muoversi nella prospettiva di una ricostruzione della struttura economica del Paese», afferma il numero uno di Via Nazionale. I problemi strutturali della nostra economia, spiega, «numerosi e noti da tempo, si annidano nei campi più vari: formazione del capitale umano, efficienza della pubblica amministrazione, infrastrutture materiali e immateriali, concorrenza, squilibri territoriali, mercato del lavoro; se ne trovano anche in ambiti non economici ma fortemente in grado di influenzare la performance del sistema economico, come la protezione sociale, la giustizia, la criminalità organizzata».

Poi, Draghi ne individua tre, di «grande rilevanza», su cui «ci sono analisi molto recenti che arricchiscono la nostra conoscenza, anche sotto il profilo della policy». Sono il capitale umano e il sistema dell’istruzioni, in cui «occorrono merito, competizione, informazione, qualità», il mercato del lavoro e la protezione sociale, e Draghi chiede «una riforma organica del sistema degli ammortizzatori che elimini l’attuale frammentazione delle tutele», gli squilibri nord-sud, per cui «occorrono politiche generali specie nei campi della sanità, giustizia e servizi pubblici». Parlando del capitale umano, il Governatore fa riferimento alla necessità di puntare sul merito e l’equità. In Italia, osserva, «si è creato un circolo vizioso, un cattivo equilibrio: i limitati rendimenti scoraggiano l’investimento e impediscono di raggiungere i livelli dei paesi più avanzati; a sua volta ciò frena la capacità di innovare e di adottare quelle tecnologie complementari al capitale umano che ne accrescono la domanda e i rendimenti». E, rileva il numero uno di Via Nazionale, «una delle ragioni di fondo di questo stato di cose è la qualità insufficiente del sistema dell’istruzione in Italia e, in particolare, la sua scarsa capacità di segnalare il merito degli studenti in termini di talento, motivazione, applicazione. Il fenomeno è più accentuato nel Mezzogiorno. È necessario che il voto sia un segnale affidabile dei livelli di apprendimento».

Quanto al mercato del lavoro, Draghi non si sottrae al dibattito di stretta attualità sugli assetti contrattuali. «Non si tratta di imporre vincoli aggiuntivi al processo di determinazione dei salari con il ripristino delle cosiddette gabbie salariali, ma al contrario di conseguire gradi più elevati di decentramento e di flessibilità nella contrattazione», spiega, evidenziando che «le parti sociali si sono progressivamente orientate in questo senso, da ultimo con l’accordo recente che prevede un maggior peso della contrattazione di secondo livello». Con riferimento alla necessità di una maggiore corrispondenza fra retribuzioni e condizioni di impresa, «credo che oggi stiano maturando le condizioni per compiere progressi importanti», prosegue Draghi, aggiungendo che «si è recentemente discusso sulle possibili implicazioni per il sistema di contrattazione salariale dell’esistenza di divari fra Nord e Sud nel livello dei prezzi e nei salari; secondo le nostre stime nel settore privato i livelli dei salari reali non sarebbero peraltro molto discosti». Il tema della tenuta del mercato del lavoro è poi strettamente legato alla a quello della salute delle aziende. E, su questo fronte, Draghi suona un campanello d’allarme: «non poche imprese, soprattutto quelle più esposte verso gli intermediari finanziari, che avevano avviato prima della crisi una promettente ristrutturazione, colte a metà del guado dal crollo della domanda, potrebbero veder frustrato il loro sforzo di adeguamento organizzativo, tecnologico, di mercato e rischiano la stessa sopravvivenza». Se così fosse, avverte il numero uno di Via Nazionale, «si aggraverebbe la perdita di capacità, potenziale e attuale, del sistema». E «un deterioramento prolungato del mercato del lavoro potrebbe compromettere la ripresa dei consumi e depauperare il capitale umano».
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