Paradisi fiscali

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rolieg
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Paradisi fiscali

Messaggio da rolieg » gio mag 21, 2009 7:27 am

Evasione e fondi neri, l'industria dell'illecito
Come funziona la gestione dei centri offshore. I protagonisti sono gli stessi soggetti che operano sul mercato finanziario legale. I rapporti che collegano i paradisi fiscali alla finanza ufficiale. I meccanismi che li regolano e gli effetti

di Anna Avitabile
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Un alone di mistero circonda i paradisi fiscali e i rapporti che li collegano alla finanza ufficiale. E se oggi tutti, non ultimi i protagonisti del recente G7 di Roma, si dicono convinti che è necessario concordare a livello internazionale un insieme minimo di regole in tema di trasparenza finanziaria, ci sembra interessante puntare i riflettori sui meccanismi e sugli effetti determinati da tale circuito. Lo facciamo avvalendoci della competenza di Alessandro Santoro, ricercatore di Scienza delle finanze presso l’Università degli studi di Milano Bicocca, che da tempo si occupa di evasione fiscale, tassazione e disuguaglianza.

Rassegna Che relazione c’è tra crisi finanziaria mondiale e questi territori “franchi”?

Santoro Sicuramente i paradisi fiscali hanno contribuito a creare quella opacità e mancanza d’informazione sui soggetti e sui prodotti finanziari, che ha rappresentato uno degli elementi di propagazione della crisi. Difatti essi sono stati utilizzati sia direttamente da parte di alcune banche che hanno dislocato nei paesi offshore le cosiddette società conduit o società veicolo, create al fine di realizzare le operazioni più spericolate (si possono citare al riguardo i casi della Northern Rock che utilizzava il paradiso di Jersey, o quello della Royal Bank of Scotland, fallita e successivamente rilevata dal governo britannico), sia indirettamente dalle istituzioni finanziarie. Inoltre, alcuni dei protagonisti del “sistema bancario ombra”, quali ad esempio gli hedge fund, che secondo Nouriel Roubini hanno avuto un ruolo fondamentale nella crisi, sono residenti nei paradisi fiscali. Questa la ragione per cui nelle sedi internazionali, occupandosi di politiche di contrasto alla crisi, si è tornati a mettere in discussione i paradisi fiscali. Ma sarebbe eccessivo, se non addirittura sbagliato, affermare che senza i paradisi fiscali non vi sarebbe stata la crisi finanziaria, le cui radici sono di ordine strutturale. Eppure, al di là di un nesso causale perlomeno debole, credo che si debba “cogliere l’occasione” per capire quanto male facciano i paradisi fiscali all’economia, e più in generale alla società, tanto dei paesi sviluppati quanto di quelli in via di sviluppo.

Rassegna Allora partiamo da cosa sono i paradisi fiscali e in che modo si distinguono da Stati, come Svizzera e Olanda o la stessa city di Londra che hanno una legislazione permissiva.

Santoro Trovo abbastanza convincente la definizione data da una rete internazionale di ricercatori e attivisti, il Tax Justice Network (http://www.taxjustice.net), che in un’audizione al Treasury Committee del Parlamento britannico ha presentato uno dei migliori studi al riguardo. Secondo questa fonte essi hanno due caratteristiche necessarie. La prima è che l’aliquota di tassazione e, più in generale, l’apparato di regolamentazione delle transazioni realizzate nominalmente in questi Stati sono praticamente nulli. La seconda, che i soggetti che compiono effettivamente queste transazioni possono contare sul completo anonimato. Ma non tutti i paesi che hanno queste caratteristiche si trasformano di fatto in centri di finanza offshore, perché è anche necessario che si sviluppi una vera e propria “industria” promossa da soggetti e istituzioni della finanza internazionale allo scopo di sfruttare tali particolari ordinamenti. Il punto di fondo di tale meccanismo consiste nella separazione tra forma e sostanza, per cui basta aggiungere in una transazione un passaggio formale in più (sia essa una vendita o l’acquisto di un prodotto finanziario) che coinvolge un soggetto dislocato presso i paradisi fiscali, perché tale passaggio garantisca aliquote pressoché nulle e completa riservatezza dei soggetti coinvolti. Sulla base delle due caratteristiche, il Tax Justice Network ha stilato una lista nella quale, con diversa intensità, rientrano oltre 70 Stati del mondo. Assumendo uguale a 11 il punteggio massimo, in base alle diverse fonti utilizzate per compilare la classifica, risulta che le Antille olandesi valgono 10, la Svizzera 9, il Regno Unito 3, il “paradiso” nostrano, Campione d’Italia, 1.

Rassegna Cosa intende precisamente con il termine “industria”?

Santoro Vuol dire che esiste un’offerta di servizi, realizzati dalle principali società di consulenza, allo scopo di permettere alle imprese (multinazionali, banche, società di assicurazioni), oltre che agli individui dotati di una certa consistenza patrimoniale, di sfruttare le regole di cui sopra. I protagonisti sono gli stessi soggetti che operano sul mercato finanziario legale. Per fare dei nomi, la banca svizzera Ubs è stata implicata di recente in alcune indagini del governo statunitense, ma il coinvolgimento è generalizzato a pressoché tutte le grandi banche, finanziarie e società di gestione di carte di credito, che ad esempio consentono di gestire a distanza i conti correnti intestati a prestanome.

Rassegna Dunque non sono necessari gli operatori locali?

Santoro Possono esserci ma la loro presenza fisica è quasi irrilevante, a volte ci sono strutture fittizie alle quali corrisponde solo una casella postale.

Rassegna In cosa consiste il “pacchetto” offerto dall’industria?

Santoro Esistono diverse gradazioni in rapporto al suo prezzo. Innanzitutto si vende l’idea, si struttura l’attività con la costituzione di una apposita società e l’acquisto di un prodotto finanziario, si fa una determinata operazione e alla fine si mostra al cliente il funzionamento concreto del meccanismo. Poi, come in ogni rapporto di consulenza, la società può avere un diverso grado d’indipendenza nella gestione del pacchetto che però di solito viene venduto chiavi in mano.

Rassegna In che misura il nostro paese utilizza i paradisi fiscali?

Santoro L’Italia è caratterizzata, com’è noto, da elevatissimi tassi di evasione. Per quanto economia sommersa ed evasione siano due fenomeni tra loro un po’ diversi, si stima che l’economia sommersa (l’unica per la quale abbiamo dati relativamente certi e rilevati in modo continuo nel tempo) si aggiri attorno al 15 -16 % del Pil. Con tali cifre da record, tra le più elevate nell’Ocse, è chiaro che la possibilità di utilizzare i paradisi fiscali possa risultare attraente e difatti, dal lato della domanda, il nostro è uno dei paesi che contribuisce largamente all’industria dell’offshore, come si evince da numerosi indizi: i dati raccolti dalla Banca d’Italia sotto la voce “errori e omissioni”, il successo della manovra denominata “scudo fiscale”, le inchieste della magistratura su persone e imprese (tra queste ultime, è in corso una procedura che coinvolge il gruppo del presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia). Altro punto rilevante è che i paradisi fiscali non servono solo a evadere le tasse, ma soprattutto a creare fondi neri tramite l’anonimato. Difatti, nelle inchieste sulla corruzione, tutti i casi esaminati avevano a che fare con conti cifrati, spesso domiciliati presso questi paesi. Dunque avremmo tutto da guadagnarci nel promuovere una seria lotta contro queste pratiche.

Rassegna Chi sono i soggetti danneggiati?

Santoro Le finanze e gli Stati soprattutto dei paesi da cui originano i flussi, siano essi ricchi o in via di sviluppo. Nelle economie caratterizzate da una crescita del reddito molto polarizzata a livello sociale, come ad esempio Cina, Brasile, India, Russia, vi è una forte spinta per i soggetti più ricchi, pochi e collegati fra loro, a utilizzare questa industria. Il Network che citavo prima stima che a livello globale i movimenti di capitale provenienti illegalmente solo dalle persone fisiche ammontassero nel 2007 a circa 12 trilioni di dollari, poco meno del Pil degli Stati Uniti, buona parte dei quali proveniente dai paesi in via di sviluppo. Un altro dato significativo è che le Mauritius, uno Stato di poche migliaia di persone, risultino formalmente il più grande investitore diretto in India: vuol dire che una parte consistente della ricchezza maturata nell’economia indiana è finita negli ultimi decenni nei paradisi fiscali per poi ritornare, ripulita, nel paese di origine per nuovi investimenti. In questo modo la ricchezza si autoalimenta senza che a beneficiarne sia né lo Stato né la collettività. E non è neppure vero che qualche vantaggio ricade sui paesi che ospitano i paradisi, perché in realtà il profitto viene diviso tra chi utilizza questo sistema e i loro intermediari.

Rassegna Ora la domanda più difficile, cosa si può fare per contrastare i paradisi fiscali?

Santoro Sappiamo che affondano le loro radici su elementi strutturali e non accidentali. Abbiamo visto che, specialmente dopo la caduta dell’impero sovietico, la distinzione tra economia legale ed economia criminale risulta di dubbia efficacia perché si sono create occasioni straordinarie d’investimento per i fondi illecitamente generati da corruzione, traffico di droga e di armi, prostituzione. Ne consegue che i flussi finanziari internazionali sono fortemente compenetrati tra loro, per cui chiedersi come s’interviene sui paradisi fiscali vuol dire chiedersi cosa si fa per la regolazione dei movimenti dei capitali. In questo ambito sarebbe importante che gli ordinamenti statuali, le organizzazioni internazionali e le stesse Corti di giustizia internazionali riconoscessero almeno un principio generale, vale a dire la prevalenza della sostanza sulla forma.

20/05/2009 17:17
rolieg

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